NIENTE IRAP SE I BENI STRUMENTALI SONO INDISPENSABILI ALLO SVOLGIMENTO DELL'ATTIVITÀ
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
La disponibilità da parte di un professionista di beni strumentali anche di un certo rilievo economico non è idonea a configurare il presupposto dell'autonoma organizzazione, se detti beni, anche se consistenti, sono indispensabili per lo svolgimento della propria attività. È questo il principio sancito dalla Corte di Cassazione con ordinanza n. 20610 del 12 ottobre 2016.
La pronuncia consolida il più recente orientamento giurisprudenziale pro contribuente secondo cui la "normalità" della struttura tecnica di cui si avvale il professionista deve essere valutata alla luce del proprio settore di attività, con la conseguenza che, quando i beni costituiscono la dotazione necessaria per lo svolgimento dell'attività, il loro valore non assume alcun rilievo ai fini IRAP.
Per quanto concerne il pagamento di consulenze esterne, la Suprema Corte afferma che per integrare il presupposto oggettivo dell'IRAP non è sufficiente il pagamento, da parte del contribuente, di compensi a terzi non inseriti nella struttura organizzativa del professionista e le cui prestazioni non abbiano carattere continuativo.
Infine, i Giudici di Piazza Cavour precisano che l'inidoneità dei compensi corrisposti a configurare un'attività autonomamente organizzata sussiste laddove le consulenze siano "specifiche e saltuarie" e i compensi abbiano carattere "occasionale" e, dunque, non continuativo.
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CESSIONE DI RAMO D'AZIENDA: OPERA IL MECCANISMO DI SUCCESSIONE AUTOMATICA NEI CONTRATTI
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
Il meccanismo di successione automatica nei contratti, previsto dall'art. 2558 c.c. in caso di cessione d'azienda, si applica anche in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, determinando l'automatico subentro del cessionario. È questo il principio enunciato dalla Corte di Cassazione, con sentenza dell'11 ottobre 2016, n. 20417.
Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il principio della sorte comune dei beni unitariamente organizzati per l’esercizio dell’impresa, sancito dall'art. 2558 c.c., non soffre alcuna eccezione in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, con la conseguenza che i rapporti riferibili a detto ramo devono ritenersi inevitabilmente destinati a seguire le sorti del complesso organizzato cui accedono, a meno che si tratti di beni personali o le parti abbiano proceduto alla determinazione dei singoli beni o dei rapporti non destinati alla successione.
Pertanto, se le parti non hanno escluso alcuni beni o rapporti contrattuali propri dell'azienda del cedente, ove tali beni o rapporti non fossero oggettivamente e riconoscibilmente estranei al ramo di attività ceduto o pertinenti al settore imprenditoriale rimasto in capo al cedente, questi devono necessariamente ritenersi ceduti al cessionario del ramo d'azienda corrispondente.
In definitiva, anche in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, i rapporti riferibili al ramo ceduto devono ritenersi inevitabilmente destinati a seguire le sorti del complesso organizzato cui accedono, salvo si tratti di beni personali o rapporti esclusi dalle parti. E ciò vale anche per il contratto di leasing che attiene al ramo d'azienda ceduto.
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CESSIONE DI RAMO D'AZIENDA: OPERA IL MECCANISMO DI SUCCESSIONE AUTOMATICA NEI CONTRATTI
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
Il meccanismo di successione automatica nei contratti, previsto dall'art. 2558 c.c. in caso di cessione d'azienda, si applica anche in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, determinando l'automatico subentro del cessionario. È questo il principio enunciato dalla Corte di Cassazione, con sentenza dell'11 ottobre 2016, n. 20417.
Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il principio della sorte comune dei beni unitariamente organizzati per l’esercizio dell’impresa, sancito dall'art. 2558 c.c., non soffre alcuna eccezione in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, con la conseguenza che i rapporti riferibili a detto ramo devono ritenersi inevitabilmente destinati a seguire le sorti del complesso organizzato cui accedono, a meno che si tratti di beni personali o le parti abbiano proceduto alla determinazione dei singoli beni o dei rapporti non destinati alla successione.
Pertanto, se le parti non hanno escluso alcuni beni o rapporti contrattuali propri dell'azienda del cedente, ove tali beni o rapporti non fossero oggettivamente e riconoscibilmente estranei al ramo di attività ceduto o pertinenti al settore imprenditoriale rimasto in capo al cedente, questi devono necessariamente ritenersi ceduti al cessionario del ramo d'azienda corrispondente.
In definitiva, anche in ipotesi di cessione di ramo d'azienda, i rapporti riferibili al ramo ceduto devono ritenersi inevitabilmente destinati a seguire le sorti del complesso organizzato cui accedono, salvo si tratti di beni personali o rapporti esclusi dalle parti. E ciò vale anche per il contratto di leasing che attiene al ramo d'azienda ceduto.
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SPETTA AL FISCO PROVARE LA DISTRIBUZIONE DI UTILI OCCULTI
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
La presunzione di origine giurisprudenziale relativa alla imputazione ai soci degli utili extra-contabili accertati a seguito di accertamento effettuato nei confronti di società di capitali a ristretta base societaria non esclude che sia onere dell'Ufficio fornire la prova della effettiva distribuzione dei dividendi ai sensi dell'articolo 2697 c.c.. È questo il principio sancito dalla CTP di Sondrio con sentenza del 3 maggio 2016, n. 89.
Nella pronuncia in commento, i giudici lombardi hanno affermato che non esiste alcuna norma che preveda la diretta ed automatica imputazione dell'utile delle società di capitali (salvo il caso di opzione per il regime di trasparenza) ai soci, come invece previsto per le società di persone dall'art. 5 del TUIR; né esiste alcuna norma che preveda che il reddito delle società di capitali possa o debba presumersi distribuito ai soci, con la conseguenza che l'onere della prova circa il maggior reddito percepito incombe sull'Ufficio.
Infatti, è ipotizzabile, con uguale grado di probabilità e ragionevolezza, anche una diversa conclusione, come, ad esempio, la creazione di riserve occulte, la destinazione delle disponibilità ad altri usi, la possibilità di appropriazione degli utili da parte di chi amministra la società, la destinazione degli utili alla creazione di fondi neri da utilizzare per il pagamento di costi non contabilizzati.
Pertanto, deve ritenersi che è onere dell'Amministrazione finanziaria dimostrare che il reddito derivante dalla presunta distribuzione dei maggiori utili accertati è stato effettivamente percepito dal socio. L'onere della prova contraria della presunzione di distribuzione degli utili non può gravare sul contribuente, non vedendosi in qual modo concreto il socio possa fornire una tale prova che si concretizza nella prova di un fatto negativo.
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ARMI DA SPARO: COME ESPORTARLE FUORI DAL TERRITORIO DOGANALE UE
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
Il D.M. 14 settembre 2016 del Ministero dell'Economia e delle Finanze individua le modalità per assicurare l'effettiva uscita dal territorio dello Stato, mediante uscita dal territorio doganale UE, delle armi, nonché per disciplinare l'esportazione o il trasferimento temporaneo di armi comuni da sparo, per uso sportivo o di caccia e per finalità commerciali.
Il decreto stabilisce che l'esportazione definitiva delle armi comuni da sparo deve essere effettuata dalle ditte autorizzate ad esercitare attività industriali o commerciali in materia di armi o munizioni o anche dalle persone, residenti o domiciliate nello Stato, in occasione del trasferimento della propria residenza o domicilio all'estero.
Quanto all'esportazione definitiva dei materiali commissionati o direttamente acquistati in Italia da cittadini italiani o stranieri residenti all'estero, può essere effettuata anche dal privato cedente che, in tal caso, dovrà richiedere a nome proprio la licenza di Polizia e curare tutte le formalità relative alle operazioni di esportazione.
Dopo la presentazione della licenza di Polizia, la dichiarazione doganale per l'esportazione definitiva o temporanea è così trasmessa telematicamente all'Ufficio doganale preposto alla vigilanza nel luogo in cui l'esportatore è stabilito ovvero dove ha sede il Banco nazionale di prova delle armi da fuoco portatili o dove sono costituiti reparti distaccati del medesimo Banco, o all'Ufficio doganale di uscita situato nel territorio dello Stato.
Quanto al controllo, l'Autorità deve constatare l'effettiva uscita dei materiali dal territorio doganale dell'Unione europea attraverso la consultazione del sistema informativo nazionale delle dogane AIDA (Automazione Integrata Dogane Accise), utilizzando il codice MRN comunicato dagli Uffici dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Se invece si vuole esportare o trasferire in ambito intracomunitario, temporaneamente e al proprio seguito, armi da sparo per uso sportivo per un numero massimo di tre, occorre che vi sia la dichiarazione conforme, rilasciata dalla competente associazione sportiva di tiro riconosciuta o affiliata al Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e comunicata al Ministero dell'interno dal Consiglio nazionale del CONI.
Le nuove disposizioni però non si applicano alle esportazioni dei materiali di armamento, nonché alle armi e ai materiali, quando i medesimi sono destinati a Enti governativi o Forze armate o di Polizia.
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IN SCADENZA LA COMUNICAZIONE DI BENI E FINANZIAMENTI RELATIVI AL PERIODO DI IMPOSTA 2015
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
Come noto, entro il trentesimo giorno successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi, deve essere presentata la comunicazione relativa:
- ai beni concessi in godimento dalla società ai soci;
- ai beni concessi in godimento dalla società ai familiari dei soci;
- ai beni concessi dalla società in godimento a soci o familiari di altra società appartenente al medesimo gruppo;
- ai beni utilizzati dai familiari dell’imprenditore.
Secondo quanto chiarito dalla circolare n. 24/E/2012, i familiari dell'imprenditore e dei soci vanno individuati, ai sensi dell'art. 5, comma 5, TUIR; pertanto, sono tali "il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado".
Poiché la maggior parte dei soggetti aveva quale scadenza di presentazione del modello Unico lo scorso 30 settembre, l’invio della comunicazione riguardante i finanziamenti e l’utilizzo dei beni dovrà avvenire entro il prossimo 31 ottobre 2016 (il 30 cade di domenica).
Comunicazione dei beni
I contribuenti – società / soci ovvero familiari / impresa – devono comunicare i beni posseduti da società o imprese e che sono dati in utilizzo a soci o familiari senza pagare un congruo corrispettivo. La comunicazione riguarda i beni che sono utilizzati per il 2015 (anche solo per una parte dell'anno), anche se la concessione aveva avuto inizio in precedenti anni. Se invece viene pattuito un congruo corrispettivo, la comunicazione non è dovuta.
È confermato che non sussiste l'obbligo di comunicazione quando i beni concessi in godimento privato soddisfano congiuntamente 2 requisiti:
1. hanno un valore non superiore a 3.000 euro, al netto dell’Iva (da notare che il riferimento è al valore del bene, non al valore annuo dell’utilizzo);
2. sono compresi nella categoria residuale "altro" prevista dal decreto (ovvero devono essere beni diversi da autovetture, unità da diporto, aeromobili, immobili).
Sono inoltre previste alcune esclusioni oggettive: ad esempio, i beni concessi in godimento agli amministratori, al socio dipendente o lavoratore autonomo, qualora detti beni costituiscano fringe benefit, e all'imprenditore individuale.
Comunicazione dei finanziamenti
Si dovranno segnalare anche eventuali finanziamenti e/o capitalizzazioni che gli stessi soggetti (o loro familiari) hanno effettuato a favore della società o dell'impresa. La comunicazione riguarda solo i finanziamenti avvenuti nel corso del periodo d’imposta oggetto di osservazione, a nulla rilevando eventuali finanziamenti avvenuti precedentemente (anche se ancora in corso).
La comunicazione deve essere effettuata solo da parte della società e, diversamente da quanto previsto in tema di concessione gratuita dei beni, non è possibile l'invio da parte del singolo socio. Non è previsto l'obbligo di comunicazione ove il valore dei finanziamenti e delle capitalizzazioni, autonomamente considerati, non superino il valore di 3.600 euro.
Nel caso in cui un soggetto abbia effettuato un finanziamento in anni precedenti al 2015 e, durante tale annualità, abbia rinunciato alla restituzione, si ritiene non si debba fare alcuna comunicazione, nonostante contabilmente si produca una patrimonializzazione della società. Infatti, non vi è stato alcun esborso finanziario da parte del soggetto.
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IN SCADENZA LA COMUNICAZIONE DI BENI E FINANZIAMENTI RELATIVI AL PERIODO DI IMPOSTA 2015
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
Come noto, entro il trentesimo giorno successivo al termine di presentazione della dichiarazione dei redditi, deve essere presentata la comunicazione relativa:
- ai beni concessi in godimento dalla società ai soci;
- ai beni concessi in godimento dalla società ai familiari dei soci;
- ai beni concessi dalla società in godimento a soci o familiari di altra società appartenente al medesimo gruppo;
- ai beni utilizzati dai familiari dell’imprenditore.
Secondo quanto chiarito dalla circolare n. 24/E/2012, i familiari dell'imprenditore e dei soci vanno individuati, ai sensi dell'art. 5, comma 5, TUIR; pertanto, sono tali "il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado".
Poiché la maggior parte dei soggetti aveva quale scadenza di presentazione del modello Unico lo scorso 30 settembre, l’invio della comunicazione riguardante i finanziamenti e l’utilizzo dei beni dovrà avvenire entro il prossimo 31 ottobre 2016 (il 30 cade di domenica).
Comunicazione dei beni
I contribuenti – società / soci ovvero familiari / impresa – devono comunicare i beni posseduti da società o imprese e che sono dati in utilizzo a soci o familiari senza pagare un congruo corrispettivo. La comunicazione riguarda i beni che sono utilizzati per il 2015 (anche solo per una parte dell'anno), anche se la concessione aveva avuto inizio in precedenti anni. Se invece viene pattuito un congruo corrispettivo, la comunicazione non è dovuta.
È confermato che non sussiste l'obbligo di comunicazione quando i beni concessi in godimento privato soddisfano congiuntamente 2 requisiti:
1. hanno un valore non superiore a 3.000 euro, al netto dell’Iva (da notare che il riferimento è al valore del bene, non al valore annuo dell’utilizzo);
2. sono compresi nella categoria residuale "altro" prevista dal decreto (ovvero devono essere beni diversi da autovetture, unità da diporto, aeromobili, immobili).
Sono inoltre previste alcune esclusioni oggettive: ad esempio, i beni concessi in godimento agli amministratori, al socio dipendente o lavoratore autonomo, qualora detti beni costituiscano fringe benefit, e all'imprenditore individuale.
Comunicazione dei finanziamenti
Si dovranno segnalare anche eventuali finanziamenti e/o capitalizzazioni che gli stessi soggetti (o loro familiari) hanno effettuato a favore della società o dell'impresa. La comunicazione riguarda solo i finanziamenti avvenuti nel corso del periodo d’imposta oggetto di osservazione, a nulla rilevando eventuali finanziamenti avvenuti precedentemente (anche se ancora in corso).
La comunicazione deve essere effettuata solo da parte della società e, diversamente da quanto previsto in tema di concessione gratuita dei beni, non è possibile l'invio da parte del singolo socio. Non è previsto l'obbligo di comunicazione ove il valore dei finanziamenti e delle capitalizzazioni, autonomamente considerati, non superino il valore di 3.600 euro.
Nel caso in cui un soggetto abbia effettuato un finanziamento in anni precedenti al 2015 e, durante tale annualità, abbia rinunciato alla restituzione, si ritiene non si debba fare alcuna comunicazione, nonostante contabilmente si produca una patrimonializzazione della società. Infatti, non vi è stato alcun esborso finanziario da parte del soggetto.
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LA VERIFICA DELL'AUTONOMA ORGANIZZAZIONE VA FATTA ATTRAVERSO UN ESAME FATTUALE E NON MEDIANTE INTERPELLO
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
L'Agenzia delle Entrate, con risoluzione n. 82 del 28 settembre 2016 ha chiarito che la documentazione prodotta in sede di interpello, ai sensi dell'articolo 11 della Legge 212 del 2000 (c.d. Statuto del contribuente), non è idonea a dimostrare la sussistenza o meno di una autonoma organizzazione ai fini Irap, essendo necessario appurare attraverso un accertamento di fatto, le concrete modalità di esercizio dell'attività svolta.
Infatti, il contribuente può richiedere il parere dell'Amministrazione finanziaria su un caso concreto e personale con riferimento all'applicazione delle disposizioni tributarie, quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza: la sussistenza (o meno) della autonoma organizzazione, con conseguente assoggettamento ad Irap, non è verificabile in sede di interpello, ma solo in fase di accertamento.
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L'ACCERTAMENTO IVA DEFINITO DAL CEDENTE/PRESTATORE PUÒ ESSERE ADDEBITATO IN VIA DI RIVALSA
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
L'IVA relativa ad un accertamento definito da un contribuente, a seguito dell'avvenuto pagamento delle somme dovute, può essere addebitata in via di rivalsa, anche nei confronti di soggetti per i quali ordinariamente trovano applicazione le regole della scissione dei pagamenti. È questo l'orientamento espresso dall'Agenzia delle Entrate con risoluzione n. 75 del 14 settembre 2016.
Nel caso di specie, l'istanza su cui si è pronunciata l'Agenzia mirava a stabilire quale fosse la corretta modalità per applicare il diritto alla rivalsa nei confronti di una Pubblica Amministrazione, operante in regime di scissione dei pagamenti. Come noto, il meccanismo dello split payment prevede il trasferimento del pagamento del debito IVA dal relativo fornitore in capo ai clienti enti pubblici, senza traslazione della soggettività passiva.
In caso di adesione ad un processo verbale di constatazione con cui viene contestata l'applicazione dell'aliquota IVA ridotta, con pagamento di quanto imputato, l'emissione di una fattura di rivalsa in regime di scissione dei pagamenti renderebbe di fatto impossibile per il soggetto accertato incassare effettivamente quanto addebitato, con conseguente doppio pagamento dell'imposta.
In base alla regola generale, pertanto, l'Iva resterebbe a carico di chi è accertato, in violazione del principio di neutralità dell'imposta. L'orientamento espresso con la risoluzione citata mira, invece, a consentire al contribuente di esercitare il diritto alla rivalsa, anche se a condizione di aver effettivamente pagato l'imposta accertata, le sanzioni e gli interessi.
Conseguentemente, l'IVA relativa ad un accertamento definito, a seguito dell'avvenuto pagamento delle somme dovute, in deroga alle ordinarie disposizioni in materia di split payment, potrà essere addebitata in via di rivalsa, anche in presenza di soggetti per i quali ordinariamente trovano applicazione le regole della scissione dei pagamenti.
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L'ACCERTAMENTO IVA DEFINITO DAL CEDENTE/PRESTATORE PUÒ ESSERE ADDEBITATO IN VIA DI RIVALSA
Di Angelo Ginex, Dottorando di ricerca in Diritto Tributario e Avvocato, Ginex & Partners Studio Legale Tributario
L'IVA relativa ad un accertamento definito da un contribuente, a seguito dell'avvenuto pagamento delle somme dovute, può essere addebitata in via di rivalsa, anche nei confronti di soggetti per i quali ordinariamente trovano applicazione le regole della scissione dei pagamenti. È questo l'orientamento espresso dall'Agenzia delle Entrate con risoluzione n. 75 del 14 settembre 2016.
Nel caso di specie, l'istanza su cui si è pronunciata l'Agenzia mirava a stabilire quale fosse la corretta modalità per applicare il diritto alla rivalsa nei confronti di una Pubblica Amministrazione, operante in regime di scissione dei pagamenti. Come noto, il meccanismo dello split payment prevede il trasferimento del pagamento del debito IVA dal relativo fornitore in capo ai clienti enti pubblici, senza traslazione della soggettività passiva.
In caso di adesione ad un processo verbale di constatazione con cui viene contestata l'applicazione dell'aliquota IVA ridotta, con pagamento di quanto imputato, l'emissione di una fattura di rivalsa in regime di scissione dei pagamenti renderebbe di fatto impossibile per il soggetto accertato incassare effettivamente quanto addebitato, con conseguente doppio pagamento dell'imposta.
In base alla regola generale, pertanto, l'Iva resterebbe a carico di chi è accertato, in violazione del principio di neutralità dell'imposta. L'orientamento espresso con la risoluzione citata mira, invece, a consentire al contribuente di esercitare il diritto alla rivalsa, anche se a condizione di aver effettivamente pagato l'imposta accertata, le sanzioni e gli interessi.
Conseguentemente, l'IVA relativa ad un accertamento definito, a seguito dell'avvenuto pagamento delle somme dovute, in deroga alle ordinarie disposizioni in materia di split payment, potrà essere addebitata in via di rivalsa, anche in presenza di soggetti per i quali ordinariamente trovano applicazione le regole della scissione dei pagamenti.
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